“Sta fermentando una nuova crisi finanziaria”.

Per il Wsj la criptovaluta più famosa al mondo potrebbe veicolare una nuova crisi economica su scala mondiale.

Poco importa se il Bitcoin abbia una capitalizzazione di solo 45 miliardi di dollari, vale a dire un ventesimo di Apple e un decimo di Amazon, perché secondo l’eminente rivista finanziaria oltreoceano ciò che ha reso fruibile, sostenibile e diffondibile la moneta virtuale di Nakamoto è proprio quello che potrebbe causare il declino finanziario su larga scala.

I motivi sono sempre gli stessi, arricchendo il novero di critiche che da più parti piovono sulla criptovaluta: non vi è emissione governativa e quindi c’è mancanza di controllo, non necessita di intermediazione bancaria quindi è esente dal sistema di garanzia proprio di questi istituti, può essere usato da chiunque e ha conosciuto un innalzamento valoriale impressionante (da 1000 a 3000 dollari solo quest’anno) attirando ovviamente fiumi di investitori, soggetti interessati e speculatori.

Questi elementi stigmatizzati ragionevolmente come fuori controllo costituirebbero importanti campanelli d’allarme a livello sistemico, dal momento che il Wsj sostiene che l’utilizzo della criptovaluta di cui sopra e le monete virtuali in genere siano prodromiche a un buco nero finanziario proprio come avvenuto 10 anni fa, con la crisi dei subprime.

Se i mutui a stelle e strisce si inserivano in un sistema malato e che ha eroso gli Stati Uniti d’America dalle fondamenta, con incommentabile cecità di SEC e affini, la dimensione di rischio del Bitcoin sarebbe da ascrivere al numero di truffe, illeciti e chi più ne più ne metta, consumatisi negli ultimi anni. O anche nell’ultimo periodo.

Emblematico è il recente caso dell’arresto di un uomo nella City londinese, reo di aver convinto clienti a investire capitale in una criptovaluta inesistente, sommandosi al volume di perdite registrate dall’Action Fraud (ente anti crimini informatici britannico) che tocca quota centosessantamila sterline.

Numeri sicuramente non incoraggianti.

Il fenomeno dell’utilizzo illecito della moneta virtuale è giunto anche nel Bel Paese, dove l’Antitrust ha sanzionato per 2,6 milioni di euro la società promotrice della criptovaluta OneCoin, One Life.

Il motivo è preso detto: l’attività in questione era “incentrata sulla promessa che il consumatore potesse ottenere i OneCoins (attraverso un processo di trasformazione della moneta grezza denominato mining) e che successivamente tali monete virtuali avrebbero incrementato il loro valore in ragione della loro diffusione, tutti elementi che non hanno trovato riscontro nel corso del procedimento”.

Così come semplice appare la conclusione, ovvero che l’offerta di One Life “era basata sulla prospettazione, falsa, di ingenti guadagni”.

Il collegamento tra questi casi di specie e la crisi del 2007 è coerente se si pensa che specialmente nella seconda vicenda si hanno, come per i subprime, delle promesse di ritorno di investimento molto alte in uno schema che di garantito ha solo il dissolvimento del capitale.

A tal proposito è indicativo soffermarsi su quanto dichiarato proprio da James Mackintosh, l’autore dell’analisi finanziaria da cui si stanno prendendo le mosse: “La misura di una vera crisi finanziaria è data dal denaro stesso che viene messo in discussione. La crisi finanziaria mondiale è iniziata 10 anni fa proprio questa settimana, quando una banca francese sospese tre fondi finanziari. Quello che i risparmiatori pensarono era che il denaro fosse diventato semplicemente credito, e la realizzazione di questo fece rapidamente a pezzi il mercato finanziario Usa e l’intero sistema bancario mondiale. C’è il piccolo rischio che questo si ripeta in qualunque momento a breve”.

Quanto affermato da Mackintosh, seppur di stampo allarmista, risulta condivisibile se si pensa che non occorre una crisi sistemica per danneggiare il sistema propriamente detto, ma bastano diverse piccole criticità per inficiare portafogli saldamento costruiti negli anni.

Sul punto, infatti, così si esprime l’eminente firma finanziaria: “”non ci vuole una crisi finanziaria che capita una volta nella vita per intaccare i nostri risparmi, ma basta un perfetto banale disaccordo tra aspettative e realtà. E il modo in cui si stanno valutando i mercati suggerisce che questo disaccordo è già in atto – e anche se non dovesse accadere nulla, gli investitori potrebbero comunque restare delusi”.

Dove “delusi” suona più come un eufemismo che altro.

Se quanto detto appare coerente in una visione d’insieme che comunque non rinnega una matrice protezionista e conservatrice, giova sottolineare che se da una parte Mackintosh ammette che “le somme collocate nelle moderne alternative alle monete sono relativamente piccole, almeno fuori dalla Cina”, d’altra parte sentenzia che “le criptovalute come i bitcoin e i prestatori peer-to-peer sono ovviamente più rischiosi delle alternative alla moneta del 2007”.

Una simile presa di posizione desta scalpore, specie considerando che proviene da un Paese che, per storia passata e recente, è il padre della finanza creativa, da cui difficilmente si è affrancato, facciata a parte.

Considerazioni critiche a parte, sembra opportuno concentrarsi su altre forme di investimento, almeno finché questo e altri polveroni non saranno quantomeno attenuati.



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